domenica 2 giugno 2019

Dalla repubblica delle banane alla repubblica delle mele





Dalla repubblica delle banane alla repubblica delle mele, AgID e i template per le applicazioni per la PA.

Attenzione: questo post è tecnico, politico, lungo, noioso e polemico.

Un anno e mezzo fa ho seguito un webinar sui template AgID per le applicazioni della Pubblica Amministrazione, su suggerimento della mia amica Grazia.
Il progetto prevede la realizzazione da parte di una squadra di personale qualificato, dipendenti della Pubblica Amministrazione Centrale e Locale, di una serie di "modelli" da usare per la realizzazione delle interfacce grafiche delle applicazioni destinate alla Pubblica Amministrazione.
Quindi dai siti dei Comuni fino alle applicazioni di Agenzia delle Entrate, e compagnia cantando, l'aspetto estetico sarebbe risultato uniforme e rispettoso di linee guida che ne imponevano la facilità di navigazione, fruizione, lettura ecc. ecc.
Lodevole progetto, ma il mio atteggiamento, seguendo il corso, partiva da una solida base di diffidenza: ho seguito tutto il webinar con il pensiero fisso "ecco ora si frasciano" (termine dialettale per indicare un errore repentino in un comportamento apparentemente corretto).
Con somma meraviglia ho terminato il corso totalmente soddisfatto: sia dal punto di vista tecnico sia da quello etico: avevano costruito tutto "come lo avrei fatto io".
Il progetto prevedeva una serie di componenti sviluppate da appassionati e professionisti, un set di font (il carattere usato per i testi) originale e adeguato (ottenuto mediante un concorso aperto tra le università) il tutto rilasciato liberamente a disposizione di chiunque volesse usarlo o contribuire alla sua evoluzione.
Questo avveniva un anno e mezzo fa.
Pochi giorni fa ho ripreso l'argomento perché dovevo usare questo template in una applicazione demo destinata alla PA. E cosa ti scopro ? Che tutte le componenti sono state migrate a Sketch. Cos'è Sketch ? E' un prodotto commerciale dal costo di 99 dollari l'anno che richiede Mac Os Sierra dalla versione 10.13.4 in su (al momento in cui scrivo). Quindi io non li posso modificare.



Piccola digressione per i non tecnici: i modelli di AgID sono utilizzabili su qualunque ambiente (Windows, Linux, Apple), modificarli richiede però un Apple (computer molto costosi) con una versione specifica di sistema operativo (anche questo molto costoso) e una licenza di utilizzo del software.

Ora provo a chiarire la questione: l'uso di una componente software è diverso dalla modifica di essa. Solitamente una componente software viene creata/modificata/evoluta da un numero ristretto di persone e viene usata da un numero elevato di persone. Per crearla/modificarla/evolverla solitamente sono necessarie competenze e strumenti diversi rispetto a quelle necessarie a chi la utilizza semplicemente. Per farmi capire dai non addetti ai lavori faccio una analogia con le auto: in tanti le guidano (autisti) ma in pochi sanno come ripararle o modificarle (meccanici). Ecco, nella costruzione di queste componenti software, relative ai template per la PA di AgID, è come se avessero sigillato il cofano alle auto per fare in modo che solo qualcuno che compra le chiavi giuste, e costose, possa modificarle.
Un ulteriore chiarimento: questa scelta non è guidata dal fatto che si vuole fare in modo che, magari, le modifiche le facciano solo persone esperte. Ogni strumento condiviso prevede delle politiche di proposizione delle modifiche e di accettazione comunitaria di queste.

In pratica: se usando questi template io fossi costretto a fare una modifica per adeguarli alle applicazioni che sto sviluppando dovrei dotarmi di un Mac e del software Sketch.

Questi meccanismi riportano alla, ormai, annosa questione sul software Open Source (a "sorgente aperto") contro quello Closed Source (a "sorgente chiuso") che non mi va qui di riprendere. Voglio invece porre una questione nel merito: è corretto che un modello da usare nella Pubblica Amministrazione richieda per essere modificato uno specifico software prodotto da una specifica azienda che funziona solo su uno specifico tipo di computer ? A mio avviso no. Assolutamente no. Si poteva e si DOVEVA fare la scelta di usare un formato aperto. In modo che chiunque oggi, domani e fra cento anni possa modificarli.

La domanda da porsi è: perché è stato scelto proprio quel software e non un altro ? Perchè proprio per Apple ?

Bisogna opporsi !!! E' arrivato il tempo che ognuno faccia "resistenza" a questa avanzata perché ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli.




Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

domenica 31 marzo 2019

Seme

Trovo nel Seme, contemporaneamente, del Sacro, della Magia, un pizzico di Filosofia, ci trovo la grandezza di Madre Natura e sento che in esso sono riposte le speranze salvifiche per questa umanità.
Il Seme racchiude il DNA del'essere a cui appartiene, in esso memorizza il tipo di aria che l'essere ha respirato, i batteri con i quali è venuto a contatto ed eventuali anticorpi, il tipo di acqua che ha assorbito, le sostanze energetiche che ha assimilato.
Voglio parlare in generale di piante ed animali, ma anche di esseri umani. A dirla tutta però in mente ho il mondo vegetale, nello specifico quel microcosmo chiamato "orto". Io ti parlerò del seme delle piante da orto, tu generalizza, mi raccomando.

Anni fa lessi una storia che raccontava di un ragazzo francese che ricevette in eredità un terreno ai piedi delle Alpi francesi. Decise di coltivarci delle piante da orto, ma, al contrario dei suoi vicini confinanti, non aveva la possibilità ne l'intenzione di spietrarlo, ararlo e dotarlo di un pozzo per l'irrigazione.
Si procurò degli ortaggi assicurandosi che fossero stati coltivati localmente e che provenissero da piante autoprodotte dai contadini locali e non acquistate da vivai. Questo per essere certo di non incorrere in piante sterili come spesso sono le piante prodotte da semi commercializzati, modificati appositamente per creare solo una generazione che dà frutto. Proprio per impedire ai contadini di riprodurle negli anni successivi e costringerli, invece, a tornare ad acquistarne.
Una volta procurati questi ortaggi locali ne raccolse i semi accuratamente (ci sono delle specifiche tecniche per raccogliere e conservare i semi.
Giunto il periodo dell'anno adatto seminò questi semi nel suo terreno pieno di pietre, reso arso dai forti venti montani e dalle scarse piogge.
I suoi vicini lo derisero e qualcuno, con pazienza, gli spiegò che per gli ortaggi conviene comprare le piantine al vivaio, bisogna arare la terra, concimarla e dotarsi di un impianto idrico.
Lui testardo, ma perché motivato da alcune ricerche fatte in precedenza e dalla voglia di sperimentare, piantò questi semi noncurante delle opinioni altrui.
Il primo anno vennero su delle piante brutte e con pochissimi frutti. I vicini si vantarono della valenza delle loro raccomandazioni. Ma lui, questo ragazzo, non curante della derisione raccolse i semi di quei frutti di quelle piante storte e avare e quando fu il momento le ripiantò.
L'anno successivo le piante furono leggermente migliori così come il raccolto, ma non di una quantità apprezzabile e quindi dovette sorbirsi il secondo giro di derisione dei vicini che vedevano confermate le loro tesi ancora una volta.
Il ragazzo raccolse anche quell'anno i frutti e ne estrasse i semi e l'anno dopo ripiantò sempre nel suo terreno senza un impianto di irrigazione e senza lo spietramento le sue piantine.
Quell'anno le cose cominciarono a migliorare nettamente e l'anno successivo il miglioramento fu ancora più evidente. In qualche anno riuscì ad ottenere la stessa produzione dei suoi vicini che, al contrario di lui, avevano spietrato, avevano irrigato le loro belle piantine acquistate ogni anno dal vivaio. L'anno in cui la sua produzione superò quella dei vicini si poté ritenere ricompensato del lavoro e delle scelte compiute.

Perché è avvenuto questo ? Perché nel Seme le piante avevano memorizzato la carenza di acqua, il tipo di acqua piovana, i principi nutritivi scarsi trovati fra le pietre e la forza del vento. La natura è adattativa e di queste informazioni fa tesoro e anno dopo anno, generazione dopo generazione punta alla prosperità.

Tutto questo meraviglioso processo Sacro, Magico, Filosofico di Madre Natura viene azzerato quando andiamo a comprare la piantina dal vivaio che acquista i semi dalla multinazionale. Il Seme prodotto dalla multinazionale è studiato e modificato per adattarsi a tutti i tipi di terreni, a tutti i tipi e alle quantità di acqua, alla ricchezza o povertà di principi nutritivi del terreno. Questo genera piante mediamente forti, mediamente sane, ma crea un impoverimento della diversità biologica (cerca "Salvatore Ceccarelli" per maggiori informazioni). Piantiamo un marziano sulla terra, che si adatta a viverci, ci dà dei frutti sterili con una produzione accettabile. L'unico problema, al netto del sapore dei frutti inferiore a quelli locali, al netto dal fatto che si è costretti a concimare, irrigare e trattare come da prescrizione, c'è il fatto che se dovesse arrivare qualche infestante non previsto dalla multinazionale del seme, o se questa dovesse sbagliare qualcosa si avrebbe una produzione pari (o prossima) allo 0.
Ora la mia meraviglia nasce dal fatto che questi meccanismi industriali non risultano più vantaggiosi per il produttore finale. Risultano EVIDENTEMENTE vantaggiosi per le multinazionali del settore agro-alimentare. L'essere umano ha da sempre raccolto i semi e ripiantato quelli e a questo processo, a questa gigantesca "invenzione" di Madre Natura, il Seme, si deve ciò che siamo. Ora, di recente, quattro commercianti hanno deciso di soppiantare questo equilibrio, non gli concediamo questo potere.

Siate eversivi: raccogliete semi di piante locali e contribuite alla diversità biologica.



Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

mercoledì 26 dicembre 2018

Mary Poppins e la paura di sbagliare



Perché per preparare la pasta all'amatriciana usiamo la ricetta della zia ?
Perché per fare i biscotti quella della nonna ?
Perché per andare in un posto che frequentiamo facciamo sempre la stessa strada ?
Perché frequentiamo, preferibilmente, sempre le stesse persone ?
Perché impariamo a svolgere un lavoro ?

Forse perché è più facile fare qualcosa che si sa fare ? Ci fa stare meglio, non ci fa venire l'ansia ripetere sistematicamente la stessa azione, nella sicurezza del risultato. Ecco perché.

Ma la domanda è: il risultato verso il quale andiamo ci soddisfa pienamente ?
I biscotti della nonna sono davvero il "non plus ultra" ? Le nostre amicizie soddisfano completamente le nostre aspettative e le nostre esigenze quando siamo con loro ?

O si potrebbe fare di meglio ? O solo provarci ad avere qualcosa di un livello più alto ? Perché non ci proviamo ? O almeno perché non ci proviamo SISTEMATICAMENTE ad alzare l'assicella ? Le informazioni e le possibilità di comunicazione non ci mancano. Eppure ... ripetiamo sempre le stesse azioni se possibile. Preferiamo restare nella "confort zone" del risultato sicuro ma, probabilmente, poco soddisfacente. Perché ?
Eppure Mary Poppins ci insegna che "nulla è impossibile" e quindi cosa ci spaventa ? Di cosa abbiamo paura ?
Secondo me abbiamo paura del fallimento. Non di ottenere dei biscotti leggermente peggiori di quelli della ricetta della nonna, no, abbiamo paura che vengano proprio "na schifezza". Abbiamo paura di essere gli ultimi arrivati sul lavoro, di dover fare lo sforzo di imparare sbagliando naturalmente. Ecco: abbiamo paura del FALLIMENTO.
Perché ? Perché avere il terrore di fallire ? Buttare via una teglia di biscotti o fare un errore al lavoro non farà mica crollare il mondo. Anzi sbagliando e riconoscendo di aver sbagliato si può solo migliorare e magari trovare la nostra strada: fare i biscotti più buoni che abbiamo mai assaggiato o svolgere un lavoro dove non vediamo l'ora che arrivi i lunedì.
La paura del fallimento ci preclude questa gioia, forse la gioia di vivere una vita piena.
Perché abbiamo così tanto terrore di sbagliare ? Essere chiamati "coglione" da uno in auto solo perché non abbiamo visto il suo specchietto facendo manovra .... possiamo essere certi che lui stesso poco prima non ha visto un pedone ed a momenti lo metteva sotto. Quindi non è la paura di essere inferiori o non al livello degli altri (almeno non lo è per chi è consapevole che tutti più o meno si fa gli stessi errori).
Non è neanche la religione: almeno nella mia, quella cristiana, c'è tutto il discorso del libero arbitrio e del perdono che è al contrario quasi una istigazione all'errare.
Non è colpa dell'educazione: "portando avanti gli studi accademici capirai di che dimensioni è il tuo cervello" diceva H. Hesse in non ricordo quale dei suoi scritti. Studi complessi richiedono fallimenti continui e l'ammissione iniziale di qualcosa che non è alla nostra portata.
Stessa cosa vale per la famiglia. Quale genitore ha mai preteso che i figli non cadessero e imparassero direttamente a camminare.
Dove è annidata questa paura del fallimento ? Io, in parte l'ho rimossa, ma vorrei capire dove abita.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

lunedì 11 giugno 2018

Perchè sono contro il "mercato"



Premesso che non appartengo a nessun "movimento" o "partito", non sono "comunista" e non sono nulla di classificabile: sono io e basta. Con la mia etica, i miei valori e le mie idee.

Ma sono contro il mercato perché:

- è disposto ad includere in un prodotto una componente chimica che fa male agli utilizzatori solo perché da una indagine si è scoperto che venderebbe di più se non si creasse del deposito sul fondo della confezione.
- è disposto ad investire in ricerca e sviluppo e aumentare il costo di un prodotto solo per impedire a gli utilizzatori di farne un uso alternativo: vi siete mai chiesti come mai i tappi delle bottiglie in plastica non sono "compatibili" ? Ma vanno bene solo per la marca ed il modello originale ? Perché da un tergicristallo per auto non è possibile smontare il gommino ed inserirlo in un'altro modello persino della stessa marca.
- ci martella giorno e notte con la pubblicità facendoci dare per scontato che abbiamo bisogno dell'auto nuova, dello smartphone nuovo, della lavatrice nuova. Quando il più delle volte non è così e ci basterebbe riparare l'auto che abbiamo alla quale non manca nulla, approfondire l'uso dello smartphone che abbiamo e che magari con un aggiornamento software torna come nuovo, che su youtube c'è un video su come smontare e sostituire il cuscinetto del cestello della lavatrice che abbiamo e che ci macchia le robe per soli 24 euro.
- se ne fotte dell'impatto ambientale che la spinta ad i consumi determina: avete mai pensato che se avete dei pomodori piantati in giardino andate alla pianta, ne staccate quelli che vi servono e li consumate. Invece se li prendete al supermercato essi sono contenuti in una confezione di cartone avvolta in del cellophane e che quando andiamo alla cassa ci mettono il tutto in un ulteriore imballo che è il sacchetto di plastica per portarli a casa. 3 strati di confezionamento, rispetto a 0 quando è raccolto e consumato.
- ci mostra donne super fighe, per lo più ritoccate o digitalmente o chirurgicamente così tanto aderenti al modello di bellezza del targhet che alla fine anche una VERA bella donna passa in secondo piano rispetto a quel modello.
- ci convince che <<la cellulite è una malattia ... >> e quindi la devi curare con gli appositi farmaci, che però <<possono avere contro indicazioni anche gravi>>
- ci spinge al gioco d'azzardo delle macchinette mangia soldi, del lotto, dei gratta e vinci... perché <<se non giochi non vinci>> e però <<può causare dipendenza patologica>>
- ci costringe a credere a delle bugie per essere felici.

Questo video (nel quale, per coerenza, vi prego di cliccare su "SALTA" la pubblicità appena possibile), postato da una carissima amica (con la quale vivo una sintonia di pensiero rara) rimarca quello che ho sempre pensato e sostenuto, ma in più fornisce un suggerimento per superare tutto questo (e di quest'ultima cosa cercherò di fare tesoro e proporre una possibile soluzione oltre a dare sfogo alla mia voglia di critica, per essere costruttivo): e allora l'unico modo per difendere la nostra identità e preservare i nostri processi mentali dall'assimilazione passiva di un mare di merdose idiozie, la SOLA cosa, è leggere per stimolare l'immaginazione e la libertà di pensiero e coltivare la nostra coscienza secondo il nostro sistema di credenze. Fidatevi: l'unico modo per sopravvivere è preservare la nostra mente. [cit. Detachment]
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

sabato 21 aprile 2018

Sinergia

La parola "sinergia" mi ha sempre affascinato ed attratto.
Questa la, ormai doverosa da riportare, definizione di Wikipedia:

"La sinergia (dal greco συνεργός, che significa "lavorare insieme"), in generale, può essere definita come la reazione di due o più agenti che lavorano insieme per produrre un risultato non ottenibile singolarmente. Il concetto è applicato in tutte le discipline, dalla biologia alla sociologia."

Ho dato per scontato per anni, che una volta reso evidente l'obiettivo comune e i suoi vantaggi per tutti, l'azione delle parti coinvolte sarebbe stata, appunto, sinergica e congiunta.
Mi sembrava facente parte del motivo per cui l'essere umano si sia evoluto fino al punto attuale smarcandosi da tutte le altre specie. Ero convinto della prevalenza e della consapevolezza di quella che, in ambito socio-politico, si chiama "coscienza di classe".
Un gruppo di lavoratori, tutti dipendenti della stessa azienda, appartenenti allo stesso livello sociale e, anche se con piccole differenze, economico fossero naturalmente spinti a fare squadra, se non nei momenti di calma almeno, sicuramente anzi, nei momenti di difficoltà o pericolo. Davo persino per scontata questa collaborazione anche ai fini migliorativi delle proprie condizioni. Facendo perno sul "gruppo". La stessa cosa valeva, secondo me, in altri gruppi omogenei: scolari e associati di ogni genere.
Saranno stati i libri o il mio provincialismo (cit. F. Guccini) ma la centralità dell'individuo, della mia concezione etica e sociale, non cozza(va) con quanto detto sopra. L'intelligenza del singolo e l'istinto sociale lo doveva portare all'evidenza del vantaggio collettivo, del potere del gruppo. Anche partendo da una concezione individualistica, potrei definirla "individualismo-collettivo".

Ho poi scoperto che tutto dipende dalle persone che formano il gruppo. Dai singoli (a sostegno delle fondamenta individualiste della mia concezione del mondo) che possono percepire o meno il gruppo in quanto tale. I singoli devono essere consapevole che solo rinunciando a un pezzettino o a tutti i loro vantaggi possono godere di quelli ottenuti mediante l'azione di gruppo. Chiaramente devono valutare se i vantaggi ottenuti dal gruppo sono di loro interesse o meno, quanto valgono per essi.

La coscienza di classe, elemento fondativo di una certa cultura di sinistra, è stata oggetto di un lungo lavoro di logorio volto all'annullamento di questa. La parcellizzazione dei contratti lavorativi, la spinta verso l'apparire, l'alimentare attività isolanti. Tutto questo ha portato alla perdita del concetto di classe. La forza del gruppo che, a secondo del punto di osservazione, può risultare un potere o una minaccia è stata annientata perché ognuno si ritiene parte a se. La "comunità" è stata virtualizzata dalle nuove tecnologie di comunicazione e non mutuata da queste. Si è riusciti ad imporre un concetto di comunità forte, qualcosa di cui abbiamo bisogno e che lavoriamo per alimentare ed accrescere. Ma questo nuovo tipo di comunità è quella che ci mette i "like" sui social, perché se buchiamo una gomma, pur avendo 4999 "amici", poi non sappiamo chi chiamare per farci dare un passaggio.

E quindi sento il bisogno di tornare a fare comunità, ma quella vera, quella fatta di presenze fisiche, di prossimità, quella fatta di sguardi, di odori, di contatti fisici. Forse farlo ora, tornare ora alla comunità fisica, ha un catalizzatore in più: l'aver assaporato i piaceri delle comunità virtuali, aver percepito le potenziali sinergie o averne sfruttate alcune virtuali, può dare valenza e pregnanza ad una realtà riconquistata.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

martedì 5 dicembre 2017

Me ne andavo da Facebook

Racconto per i miei nipoti:

Era il 2017, quasi 2018, e ...

me ne andavo da quel Facebook falso:
di "amici" che se ti incontrano al supermercato e neanche ti salutano,
dei "metti mi piace e condividi se sei indignato",
dei "mi piace" messi da sopra la tazza del cesso,
dei selfie fatti nei bagni, sulle macchinone, nei palazzoni,
dei sermoni tenuti da chi non sa tenere un confronto.

Me ne andavo da quel Facebook pieno zeppo di bufale:
"che la sorella della Boldrini gestisce 340 cooperative",
"il portachiavi che ti regalano e ti traccia dove vai e poi ti vengono a rapinare",
"occhiali Ray Ban a 19 euro".

Me ne andavo da quel Facebook razzista, sessista e xenofobo:
"che diamo 35 euro a gli immigrati",
"gli immigrati negli hotel a 5 stelle e i terremotati nelle tendopoli",
"Kyenge: i mercatini di Natale sono un'offesa...".

Ero stanco di quel Facebook impiccione:
"che animale sei, che dio indiano sei, chi sono i tuoi migliori amici, a cosa stai pensando?",
"persone che potresti conoscere" solo perchè abbiamo passato un'ora in sala d'attesa assieme,
"condividi la tua posizione, il tuo numero, quello che mangi, quello che bevi".

Mi causava nausea la politica su Facebook:
il selfie con gli stradini che fanno l'asfalto nuovo,
il selfie con il netturbino che ripulisce la discarica abusiva,
il selfie con il  telefonino all'orecchio per mettere in sicurezza le scuole,
la signora di 70/80 anni che chiama tutti e dice di non mollare,
le campagne elettorali... nooo pure su Facebook.

Me ne andavo da quel Facebook fascista:
"quando c'era lui...",
con il mezzobusto di Mussolini sulla scrivania,
"Noi con Salvini" ma tutti terroni.

Me ne andavo da quel Facebook di foto:
al mare,
in montagna,
al lago,
alla luna,
al piatto di pasta al burro.

Me ne andavo da quel Facebook senza privacy:
di foto fatte ai propri figli appena nati,
travestiti da gallina a carnevale,
alla recita di fine anno.

Me ne andavo da quel Facebook di tributi ai defunti:
"sono sempre i migliori che se ne vanno",
"che la terra ti sia lieve",
"ora insegna agli angeli qualche cosa".

Me ne andavo da quel Facebook:
"di X anni di noi",
"tanti auguri amore mio" al figlio di 2 anni che Facebook non capisce neanche cos'è, e che magari quando ce lo avevi davanti non glielo hai neanche detto a lui direttamente.

Me ne andavo da quel Facebook delle foto delle vacanze:
alle Bahamas in estate con tutta la famiglia e il SUV della Porsche,
a Sant Moritz in inverno con tutta la famiglia  e il SUV della Porsche,
e poi "reddito dichiarato 22 mila euro" per tutta la famiglia.

Me ne andavo da quel Facebook virtuale:
fatto di amici virtuali,
saluti virtuali,
auguri virtuali,
rapporti virtuali.

Me ne andavo dal quel Facebook di profili tipo:
"Ha studiato presso: l'Università della Strada",
"Lavora presso: me stesso",
"Situazione sentimentale: in una situazione sentimentale intricata".

Me ne andavo da quel Facebook ruffiano:
"Oggi è il compleanno di Caio, auguragli il meglio",
"Per noi i tuoi ricordi sono importanti",
"Buongiorno", "Buona sera" e "Buona notte" ai miei contatti.

Me ne andavo dal Facebook dei gruppi:
del calcetto,
del tennis,
delle elementari,
delle medie,
dell'ufficio,
delle superiori,
dell'università,
della Chiesa,
del partito.

Me ne andavo dal Facebook degli assidui:
di quelli che alle 7 del mattino trovi i "mi piace" ad ogni post possibile,
di quelli: "parto", "in viaggio", "arrivo", "torno", "riparto".

ME NE ANDAVO DA QUEL FACEBOOK IMBROGLIONE:
"GRATIS", E QUANDO E' GRATIS E' PERCHE' IL COMPENSO SIAMO NOI E I NOSTRI DATI.

ME NE ANDAVO DA QUEL FACEBOOK DI MERDA !!!
FACEBOOK ADDIO !!!

(liberamente ispirato al grande Remo Remotti https://youtu.be/OrRxgyWz3Fs )

P.S.: ci si vede in giro. E se non ci si vede vuol dire che non ci si vuol vedere. Forse passerò ogni tanto da questi lidi, ma il tempo sprecato qui ogni giorno lo voglio dedicare ad altro.

Ciao.



Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo

lunedì 24 luglio 2017

Scegliete di votare



Scegliete di votare; scegliete un candidato; scegliete un partito, magari quello che rappresenta meglio la media dei vostri ideali; scegliete un programma elettorale; scegliete una coalizione; scegliete “nei primi cento giorni”; scegliete una “squadra di governo”; scegliete il cambiamento, o quello che vi viene proposto come tale; scegliete il meno peggio; scegliete contro chi votare; scegliete chi vi abbindola meglio con la sua favella; scegliete quello con i soldi, così non ruba, e poi scoprite che chi ne ha tanti ne vuole il doppio; scegliete di farvi deludere perché ad un certo punto capite di essere stati presi per il culo o fottuti; scegliete di difendere comunque le vostre scelte, per non passare per ingenui ma passate per coglioni; Alla fine scegliete quelli dell’antipolitica e scoprirete che sono tali e quali a tutti gli altri solo con una confezione più alla moda; scegliete un futuro; scegliete di votare.

Ma perchè dovrei fare una cosa così ? Io ho scelto di non scegliere il voto. Le ragioni ? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando uno ha un'utopia. Se dobbiamo sperare in qualcosa di migliore, puntiamo in alto, puntiamo ad una utopia. Non ci arriveremo, forse, ma il risultato sarà probabilmente meglio di ciò che abbiamo ora.

Liberamente ispirato al "gioco" di Mark di Trainspotting

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale (CC BY 4.0) - Condividi allo stesso modo